ALBERTO DONATI

PROFESSORE ORDINARIO DI DIRITTO CIVILE

DON MATTEO E ORDINE PUBBLICO

E’ a tutti noto il successo che sta riportando anche la nuova versione della serie televisiva dedicata a don Matteo.
Questo fatto è veramente sconcertante e concorre significativamente ad evidenziare il degrado morale, politico, culturale, di una larga parte del popolo italiano.
La serie si incentra sul protagonismo di un prete che, correlandosi all’Arma dei Carabinieri, ne influenza lo svolgimento delle indagini conducendole a buon fine.
Si deve, per altro, rilevare come sia contrario al Diritto Costituzionale e, presumibilmente, al Codice Penale, che un organo dello Stato, preposto alla custodia dell’ordine pubblico, si lasci influenzare da un privato nello svolgimento di questa sua funzione istituzionale.
Che un organo di polizia possa servirsi di privati nello svolgimento delle proprie indagini è del tutto normale e legale, ma che un privato possa cogestirle è inammissibile.
Ciò è tanto più grave se si considera che un prete è legato dal voto di obbedienza incondizionata ad uno Stato straniero, quello pontificio (se dicente Santa Sede, alias Città del Vaticano), ad uno Stato che è stato condannato dalle Nazioni Unite per pedofilia, senza considerare gli innumerevoli scandali che di continuo vengono alla luce e altrettanto di continuo vengono sepolti sotto la coltre del silenzio, talché, come osservato da Niccolò Machiavelli in consonanza con il pensiero di Dante Alighieri, di Marsilio da Padova, di Vittorio Alfieri, di Benedetto Croce, “con la Chiesa e con i preti noi Italiani [...] [siamo] diventati sanza religione e cattivi” (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, I, Cap. XII).
Il messaggio trasmesso da questa serie televisiva e implementato nella coscienza dei telespettatori, è nel senso: a) che l’Arma dei Carabinieri è inidonea a svolgere autonomamente la sua funzione; b) che è del tutto normale la gestione congiunta dei suoi compiti quantunque non prevista, né, tanto meno, disciplinata dalla legge; c) che la giustizia non può essere realizzata in maniera soddisfacente senza l’ausilio del clero.
La gravità di tale messaggio richiede che la Magistratura penale verifichi se ricorrano gli estremi per l’applicazione degli artt. 414 e 415 del Codice penale.
Con l’occasione, si richiama l’attenzione su due circostanze che contraddicono il Vangelo.
La prima, riguarda l’uso del prenome “don” che nella lingua italiana viene reso con “padre”. Il Vangelo vieta categoricamente il ricorso a tale espressione, talché essa è blasfema: “Nessuno chiamerete sulla terra vostro padre, poiché uno solo è il vostro Padre, quello celeste. Non vi farete chiamare precettori, poiché uno solo è il vostro precettore, il Cristo” (Mt, 23, 9-10) e non del sé dicente Papa.
La seconda, delegittima l’attività di don Matteo, poiché il Vangelo è informato al primato della charitas, del perdono incondizionato dei peccati, essendo il Dio trinitario charitas (1 Gv 4, 16). Il vero cristiano, quello che vive nel disprezzo delle cose di questo mondo, che rinnega se stesso (Mt 10, 37; 16, 24; Mc 8, 34; Lc 9, 23; 14, 25.33; Gv 12, 25) e prepara, di conseguenza, l’Apocalisse, vale a dire, il trionfo degli empi giustificati (Mt 21, 31; Rm 4, 5; 5, 6), non si presterà mai a realizzare il primato di una giustizia antitetica alla charitas.
La domanda, a questo punto, diviene: chi è, in realtà, don Matteo, quale potere rappresenta, quale potere propaganda e cerca di implementare?