ALBERTO DONATI

PROFESSORE ORDINARIO DI DIRITTO CIVILE

L’ENCLICA “LAUDATO SI’”, OVVERO, SINERE MUNDUM IRE QUOMODO VADIT *
(lasciare che il mondo vada come sta andando)

 

L’ENCLICA “LAUDATO SI’”, OVVERO, SINERE MUNDUM IRE QUOMODO VADIT *

 

Sommario: Introduzione. I contenuti dell’enciclica: a) l’assolutismo religioso; b) il ricorso al Liber Scripturae; c) il demagogismo religioso; d) Il demagogismo politico; e) il ricorso al cambiamento degli stili di vita; f) segue: il “meno è di più”; g) l’alienazione, ovvero, il rifiuto dell’autoresponsabilità come soluzione della problematica ecologica e sociologica; h) valutazioni conclusive.

 

Introduzione

 

Il sé dicente vicario del Dio trinitario sulla Terra, Papa Francesco, depositario della verità in virtù di tale autoqualificazione, con l’enciclica “Laudato Si’” (Libreria Editrice Vaticana, 2015) ha esternato il suo pensiero sulla problematica ecologica. La trattazione, per altro, non riguarda strettamente il rapporto tra l’uomo e la natura, ma finisce per abbracciare il sistema politico nel suo complesso, vale a dire, la globalizzazione economica e la relativa sociologia.  

I termini della tematica sono stati, e continuano ad essere, ampiamente dibattuti in tutte le possibili sedi nazionali ed internazionali. Pressoché unanime è l’accorata segnalazione del pericolo di una tragedia ecologica planetaria.

Ciò posto, ci si deve domandare quale possa essere l’apporto pontificio.

Al riguardo, è opportuno tenere presente che il cattolicesimo non è una religione, ma una ideologia politica che si serve della religiosità per instaurare il proprio dominio, tramite la persona del pontefice, su tutta l’umanità. I suoi valori ordinanti, come attestato da una tradizione ormai bimillenaria, sono: l’assolutismo teologico e, quindi, l’intolleranza; la subordinazione dello Stato alle sue direttive; l’oscurantismo; la charitas, vale a dire, il rifiuto del Decalogo e della cultura degli inherent (natural) rights; la realizzazione della diade: povertà ed ubbidienza.

Il pontificato romano, a spese degli ignari contribuenti, viene svolgendo una potente azione politica internazionale allo scopo di porsi come il solo depositario dei valori che necessitano a far sì che l’essere umano risolva le proprie problematiche, quali, la pace, la fame, la corretta connessione con la natura, il giusto rapporto tra l’area industrializzata e quella in via di sviluppo.

 

I contenuti dell’enciclica: a) l’assolutismo religioso

 

Il pontefice non parla come primus inter pares, ma come vicario del Dio trinitario sulla Terra, come unico depositario della verità e, in quanto tale, come il solo legittimato al governo di tutto e di tutti nei termini del diritto canonico.

Ciò è più che sufficiente ad indurne la delegittimazione. Da questo punto divista, il suo messaggio, qualunque ne sia il contenuto, può solo essere strumentale rispetto alla legittimazione ed alla imposizione di un tale primato.

 

b) Il ricorso al Liber Scripturae

 

I testi religiosi sono molteplici e molteplici ne sono le relative interpretazioni. L’enciclica si basa sul testo biblico attestato dalla tradizione cattolica. Ciò ne importa una duplice limitazione. La prima, deriva da questa stessa scelta che priva della medesima autorità tutti gli altri testi sacri, anche di quelli riscontrabili nella stessa area cristiana, perpetuando così l’antagonismo religioso come sempre portatore di conflittualità politiche dagli esiti tragici.

La seconda, è data da ciò, che tutti i testi sacri, ivi compreso quello cattolico, sono meri containers, il cui riempimento è rimesso al libero apprezzamento delle generazioni presenti guidate dai religiosi (enciclica, cit., § 199). Non è il messaggio divino ad orientare gli uomini, sono quest’ultimi a determinarne i concreti contenuti. L’arbitrio, invece della certezza, diviene così la categoria ordinante l’approccio alle problematiche umane.

 

c) Il demagogismo religioso

 

Il capitolo II dell’enciclica è dedicato al rapporto tra Dio e la natura, tra quest’ultima e l’uomo. Il quadro d’insieme che emerge è caratterizzato dalla bellezza e dall’armonia della natura, donde l’inammissibilità dell’attuale comportamento umano volto ad indurne il deterioramento.

L’enciclica, per altro, si guarda bene dal dire che questo giudizio non ha alcun fondamento nel Nuovo Testamento. In esso, infatti, diversamente da quanto attestato dal testo veterotestamentario, l’universo è destinato alla distruzione ad opera dell’Apocalisse e ad essere sostituito dalla Nuova Gerusalemme, nuova perché informata, non al primato del Decalogo, ma a quello della charitas, vale a dire, del chaos. I cristiani, in particolare quelli cattolici, non ne sono che le avanguardie, i predispositori.

Questa parte dell’enciclica, volta ad esaltare la bellezza del creato, donde il dovere di rispettarla, non è, pertanto, che demagogia teologica.

 

d) Il demagogismo politico

 

Secondo il documento pontificio, la responsabilità del grave decadimento ecologico in atto sarebbe da imputare all’“antropocentrismo” (§§ 115-116), vale a dire, a quella cultura, ancora dominante, che pone l’uomo come protagonista della propria vicenda storica.

Questa visione antropocentrica si coniuga con la tecnoscienza e la correlata tecnocrazia entrambe sussunte nel sistema economico ormai globalizzato, donde la decadenza di pari dimensione in atto.

“Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale” (§ 114). Essa consiste nel transitare dalla centralità dell’uomo a quella del Dio trinitario e, quindi, a quella del Pontefice che assume di esserne il vicario.

La denuncia ha, pertanto, anch’essa, carattere demagogico in quanto volta a sostituire l’antropocentrismo con il papato-centrismo.     

Più specificamente, i mali indotti dal sistema capitalistico della produzione sarebbero rimediabili mediante l’induzione di una società in cui il lavoro sia accessibile a tutti (§ 127), ciò che può avvenire tramite la promozione di “una economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale” (§ 129), mediante l’attuazione della dottrina sociale della Chiesa secondo quanto prescritto dall’enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II.

Per altro, si deve osservare che un tale programma dissesterebbe l’economia capitalistica con la conseguenza di indurre una crisi economica e politica devastante. Il rimedio è peggiore del male. L’idea del lavoro accessibile (?) a tutti ha, dunque, anch’essa natura demagogica in quanto volta a suscitare il consenso delle masse diseredate, del tutte ignare che la loro condizione sarebbe destinata a rimanere non tanto invariata, quanto piuttosto aggravata dalla presenza del dominato pontificio.

 

e) Il ricorso al cambiamento degli stili di vita

 

In attesa che l’essere umano realizzi questa conversione all’economia papista, l’enciclica dà delle indicazioni che dovrebbero condurre ad un adeguato contenimento della deriva ecologica. Per altro, esse, volutamente, sono tali da lasciarla invariata. Il loro scopo rimane pur sempre quello di condurre l’uomo sotto l’egida pontificia inducendo l’illusione che le problematiche ecologiche e sociologiche stiano realmente a cuore alla Chiesa.

I suggerimenti si sostanziano non nella indicazione di strumenti specificamente idonei a modificare il corso degli eventi, ma in proposte, per lo più, già avanzate in tutte le numerosissime sedi laiche in cui la tematica è stata affrontata: “Urgono accordi internazionali che si realizzino, considerata la scarsa capacità delle istanze locali di intervenire in modo efficace” (§ 173); “La previsione dell’impatto ambientale delle iniziative imprenditoriali e dei progetti richiede processi politici trasparenti e sottoposti al dialogo” (§ 182).

A queste semplicistiche e, quindi, demagogiche, direttive si aggiunge l’invito a ricorrere al principio di sussidiarietà (§ 196), il cui significato risiede nella deresponsabilizzazione dei centri decisionali: “Non si può pensare a ricette uniformi, perché vi sono problemi e limiti specifici di ogni Paese e regione” (§ 180).

Ciò sta a significare che viene demandato alla base il compito di provvedere alla problematica ecologica, vale a dire, al pluralismo indefinito e caotico delle iniziative locali, donde le inevitabili conseguenze devastanti, ma in linea con le aspettative dell’Apocalisse.

 

f) Segue: il “meno è di più”

 

La soluzione della tematica viene, più specificamente, affidata alla realizzazione della “conversione ecologica”, vale a dire, alla prassi della “sobrietà”, in altri termini, al “cambiamento degli stili di vita”, alla riduzione individuale e, quindi, collettiva, dei consumi (§ 209). In questo senso, il “meno è di più” (§§ 222-225; vd. anche § 211).

I consumatori, dunque, dovrebbero autoridurre i propri consumi, dando così luogo ad una sorta di sciopero della fame al fine di costringere le lobbies capitalistiche a modificare la produzione.

Un tale mutamento, infatti, “potrebbe arrivare ad esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale. [...] E’ un fatto che, quando le abitudini sociali intaccano i profitti delle imprese, queste si vedono spinte a produrre in un altro modo” (§ 206).

Questo itinerario verso la povertà è giustificato nell’enciclica anche nei termini dell’“amore sociale” (§ 231), dello sviluppo di “una nuova capacità di uscire da sé stessi verso l’altro” (§ 208). Il sacrificio individuale, in quanto strumentale rispetto alla realizzazione del bene comune, si traduce, infatti, in tale amore (§§ 233-237) che, a sua volta, rinviene la sua più compiuta espressione nella pratica dei sacramenti (§§ 233-237), vale a dire, nell’inserimento dell’essere umano nella struttura ecclesiale.

Ciò significa mandare in crisi, senza la predisposizione di una modalità realisticamente alternativa, il sistema capitalistico della produzione in quanto basato sul consumismo.

Ancora una volta, il rimedio è peggiore del male, per altro, a tutto vantaggio della Chiesa poiché, come attestato dall’esperienza storica, tanto maggiore la sofferenza sociale, tanto maggiore l’affluenza nei luoghi di culto. Grandezza della Chiesa e grandezza della povertà sono termini correlativi.

Ancora una volta, si rende evidente la strumentalità della problematica ecologica rispetto all’assoggettamento della persona umana al primato pontificio.

 

 

g) L’alienazione, ovvero, il rifiuto dell’autoresponsabilità come soluzione della problematica ecologica e sociologica

 

L’enciclica si avvia al termine con l’indicazione della panacea di tutti i mali dell’uomo, vale a dire, mediante il rinvio al protagonismo del Dio trinitario e di Maria, madre terrena della seconda persona della Trinità (§§ 238-242).

L’enciclica si conclude, infatti, con due preghiere, la prima delle quali demanda a tale Dio il compito di risolvere i problemi umani: “riversa in noi la forza del tuo amore affinché ci prendiamo cura della vita e della bellezza. Inondaci di pace, perché viviamo come fratelli e sorelle senza nuocere a nessuno. [...] Risana la nostra vita, affinché proteggiamo il mondo e non lo deprediamo, affinché seminiamo bellezza e non inquinamento e distruzione. Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra” (p. 232; vd. anche § 207).

Lo scopo di questa preghiera,  comune del resto a tutte le religiosità, consiste nel deresponsabilizzare l’uomo demandando a Dio il compito di risolvere le problematiche da cui è afflitto.

Per altro, i dissesti sociali sono, di regola, da imputare al fatto che l’essere umano non segue la ragione, non si attiene a questo strumento che Dio gli ha dato per provvedere al meglio alla proprie necessità.

 L’uomo, dunque, da un lato, si allontana dalla ragionevolezza, dall’altro, pretende che sia Dio ad occuparsi delle conseguenze.

La Chiesa cattolica suffraga questo comportamento empio ben conoscendo i vantaggi che ad essa ne conseguono poiché, come già si è detto, tanto maggiore la sofferenza sociale, tanto maggiore la superstizione religiosa, linfa vitale della Chiesa stessa.

Per questa via, all’essere umano, ormai deresponsabilizzato, non resta che affidarsi al corso delle cose, talché, conclusivamente, “Camminiamo cantando! Che le nostre lotte e la nostra preoccupazione per questo pianeta non ci tolgano la gioia della speranza” (§ 244). Altrimenti detto: “sinere mundum ire quomodo vadit” (“lasciare che le cose vadano come stanno andando”).

Ciò sta ulteriormente a significare che la soluzione dei problemi terreni potrà avere luogo soltanto nella dimensione metaterrena: “Sì, stiamo viaggiando verso il sabato dell’eternità, verso la nuova Gerusalemme, verso la casa comune del cielo. Gesù ci dice: ‘Ec­co, io faccio nuove tutte le cose’ (Ap 21, 5). La vita eterna sarà una meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri defi­nitivamente liberati [dal primato del Decalogo e, quindi, della razionalità]” (§ 243).

Il Dio dei cristiani è un Dio sofferente. Da un tale Dio non ci si può aspettare l’emancipazione terrena dalla sofferenza, al contrario, la sua esaltazione. La religiosità cristiana è, oggettivamente, un culto masochistico.

Tanto maggiore la sofferenza, tanto maggiore la propensione verso l’Apocalisse, tanto maggiore la superstizione, tanto maggiore la disposizione verso l’alienazione transmondana, altrettanto maggiore l’invadenza politica della religiosità pontificia come attestato dalla quotidianità.

 

h) Valutazioni conclusive

 

Svolgendo una valutazione conclusiva, i valori che emergono dall’enciclica sono i seguenti. Il primo, è costituito dall’oscurantismo. Quest’ultimo è denotato dal convincimento secondo cui la soluzione dei problemi umani debba essere rinvenuta nel testo biblico secondo i significati che esso assume sulla base del magistero pontificio.

Segue l’assolutismo religioso e politico del pontefice in quanto vicario del Dio trinitario sulla Terra e, quindi, depositario della verità. E’ veramente incredibile che si possa dare, nel terzo millennio, tanto credito ad un essere umano che si autoqualifica come divino. Ciò, tuttavia, ha due motivazioni: da un lato, l’ignoranza teologica in cui viene tenuta la popolazione; dall’altro, il vantaggio che le lobbies politiche ed economiche ne traggono, consistente nell’assoggettamento ad esse delle masse sfruttate.

L’assolutismo del pontefice è anche di tale natura da non assumere la responsabilità politica delle proprie affermazioni, nel senso che delle sue linee programmatiche non risponde di fronte alla società civile.  Trattasi di un potere irresponsabile, in ciò il carattere necessariamente demagogico della sua azione.

Infine, si deve considerare che dalla Chiesa non può derivare un miglioramento della condizione umana anche perché essa è parte integrante delle lobbies capitalistiche traendo dal capitale industriale e, soprattutto, da quello finanziario, quanto le necessita per lo svolgimento della sua azione imperiale, non diversamente da quanto accadde nel sistema d’Antico Regime, di famigerata memoria, di cui essa è stata parte fondante in virtù della predicazione dell’“amore sociale” (charitas) e della imposizione dell’itinerario sacramentale.

 

 * Espressione tratta da Rossi P., La pena di morte. Scetticismo e dogmatica, Pan, Milano, 1978, p. 32: “lasciare che il mondo vada come sta andando”.