ALBERTO DONATI

PROFESSORE ORDINARIO DI DIRITTO CIVILE

FONDAZIONE DI UN MOVIMENTO CULTURALE E POLITICO

VOLTO AL RINNOVAMENTO DEMOCRATICO DELLA COSTITUZIONE (ART. 138)

 

Sommario: Premessa. - Parte I: Necessità di procedere ad una riformulazione della prima parte del testo costituzionale vigente, in quanto causa del dissesto morale, politico ed economico del Paese. Parte II: I principali caratteri del testo costituzionale, nascosti al popolo italiano. 1.- La matrice politica della vigente Costituzione. 2.- La sua origine antidemocratica. 3.- La confessionalità dello Stato. 4.- La carità, invece del progresso economico e scientifico, come ideale di giustizia ordinante il complesso delle relazioni sociali. 5.- Il rifiuto dei diritti umani. 6.- La partitocrazia in luogo della sovranità parlamentare. 7.- La separazione dello Stato dalla volontà politica dei cittadini. 8.- La disgregazione dello Stato risorgimentale. 9.- Il carattere programmatico della Carta. Parte III: La crisi finanziaria internazionale come crisi sistemica. 1.- Le delocalizzazioni e le privatizzazioni. 2.- La terapia. Parte IV: Possibili idee guida per una costituzione  liberaldemocratica da realizzare nel rispetto dell’art. 138 del vigente testo costituzionale. Parte V: Lettera aperta agli ex aderenti al partito comunista italiano.

 

Premessa.

Quanto seguirà, si richiama al pensiero dei protagonisti e dei martiri della tradizione risorgimentale. Questo pensiero può essere sintetizzato tramite tre valori: unità dello Stato (rifiuto, dunque: del pluralismo; del connesso dissesto amministrativo e politico; della disuguaglianza dei servizi erogati dallo Stato ai cittadini); moralità, demandata, in assenza di una Riforma religiosa, alla codificazione civile. A garanzia della loro vigenza - in ciò il terzo dei valori -, separazione dello Stato dalla Chiesa, non potendo lo Stato essere né libero, né sovrano, né unitario, né efficiente soprattutto sul piano della attuazione della giustizia, se, sul suo territorio, la Chiesa, in quanto ordinamento politico sovrano, è libera.

Le pagine seguenti si riportano, inoltre, al pensiero, che di questo appena riferito costituisce la prosecuzione, manifestato nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente negli anni 1946-1947 da Benedetto Croce, Piero Calamandrei e Pietro Nenni, pensiero riportato nelle mie monografie: La concezione della giustizia nella vigente Costituzione, ESI, Napoli, 1998; Le ragioni della opposizione alla vigente Costituzione nel quadro dei lavori dell’Assemblea Costituente, Aracne, Roma, 2008.

 

 

 

 

PARTE I

NECESSITÀ DI PROCEDERE AD UNA RIFORMULAZIONE DELLA PRIMA PARTE DEL TESTO COSTITUZIONALE VIGENTE,
IN QUANTO CAUSA DEL DISSESTO MORALE, POLITICO ED ECONOMICO DEL PAESE.

 

E’ trascorso oltre mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale e dall’entrata in vigore della vigente Costituzione (1 gennaio 1948). In questo relativamente lungo periodo, l’Italia non ha avuto guerre, il popolo italiano ha lavorato in maniera continuativa, ciò non di meno, il Paese, invece di progredire, arretra, si allontana progressivamente dall’area del Primo Mondo, rischia un collasso economico non sostanzialmente diverso da quello subito dall’ex Unione Sovietica.

Un dissesto di carattere generale presuppone una causa altrettanto generale. L’elettorato italiano ha provato tutti gli schieramenti politici possibili, ma la regressione prosegue inarrestabile. Non rimane, allora, che compiere una verifica della Carta costituzionale onde stabilire se in essa siano contenute le linee guida capaci di spiegare il paradosso di come possa accadere che all’incremento dell’attività produttiva sociale faccia seguito l’impoverimento del Paese.

Nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente si sviluppò una opposizione, non sempre omogenea e, tuttavia, decisamente critica, nei confronti dell’operato dei due partiti di maggioranza relativa: la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista Italiano.

La Costituzione, infatti, fu il prodotto dell’“inciucio” tra questi due partiti (“spesso [nel corso dei lavori  preparatori] falce  e  martello  e aspersorio  si  sono  trovati d'accordo” (On.le Nitti)), più comprensivamente, del protagonismo di un arco partitico che non esiste più poiché il suo pensiero è stato trasceso dall’evoluzione storica.

E’ tale pensiero, dunque, la causa primaria dell’attuale dissesto, donde la necessità della sua radicale rimozione.

La crisi della società italiana è, poi, aggravata dalla crisi finanziaria internazionale il cui carattere non è congiunturale, ma sistemico essendo il prodotto del “neoliberismo”, vale a dire, della strategia economica a suo tempo adottata nell’area anglosassone e, poi, globalizzata (vd., infra, Parte III).

E’, pertanto, evidente che gli strumenti di politica economica che si rendono necessari per affrontare questa seconda crisi sono condizionati dal superamento della prima.

 

 

 

 

PARTE II

I PRINCIPALI CARATTERI DEL TESTO COSTITUZIONALE, NASCOSTI AL POPOLO ITALIANO.

 

1. La matrice politica della vigente Costituzione. —  L’attuale testo costituzionale è il prodotto dell’azione cattolica, delle direttive provenienti dalla sé dicente Citta del Vaticano, rese operative, nel quadro dei lavori dell’Assemblea Costituente, dalla dirigenza della Democrazia Cristiana, in particolare, dagli On.li Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira e Aldo Moro.

La prima parte di tale testo, quella in cui sono contenuti i valori di giustizia cui si deve conformare lo Stato, non è, infatti, che una sintesi della dottrina sociale della Chiesa. I suoi principî ordinanti sono, fondamentalmente, cinque: a) affermazione della “solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2), vale a dire, della “carità”, come valore di giustizia ordinante il complesso delle relazioni sociali (vd., infra, § 4); b) confessionalità dello Stato (art. 7, primo comma), la preminenza, dunque, della Chiesa cattolica sullo Stato italiano (vd., infra, § 3); c) destinazione delle risorse economiche italiane alla realizzazione della “mondializzazione della Chiesa” (art. 7, secondo comma; Conferenza Episcopale Italiana, 1984: “La Costituzione  della  Repubblica [...] assicura la possibilità di  presenza e di azione proporzionate alla coscienza  che la Chiesa stessa ha della propria missione”); d) il rifiuto dei “diritti umani” (Human Rights) (vd., infra, § 5); e) frantumazione dello Stato italiano tramite la realizzazione delle autonomie regionali, provinciali, metropolitane e comunali (artt. 5 e 114) a garanzia di quella preminenza (vd., infra, § 8).

 

2. La sua origine antidemocratica. — La Costituzione non è stata votata dal popolo italiano e la richiesta di sottoporla a referendum fu respinta dalla maggioranza dell’Assemblea Costituente guidata dalla Democrazia Cristiana. Ciò fu dovuto anche al fatto che la sua “elaborazione [...] avvenne in un ambiente, in un clima spirituale che Costantino Mortati - uno dei suoi artefici maggiori - descrisse così: “indifferenza del paese di fronte all’attività iniziata, mancanza di quei contatti e di quegli scambi di motivi e di ispirazioni fra il popolo e l’Assemblea, che si pongono quali indici rivelatori di un’ansia profonda di rinnovamento, dalla quale l’opera costituente dovrebbe trarre la sua linfa e la vera garanzia di buona riuscita”. La responsabilità di questo distacco, quasi rassegnazione, è indicata, da un lato, nella “mancanza di iniziativa dei partiti, cui incombe la massima responsabilità sia nel suscitare l’interesse pubblico [...], sia nel raccogliere e dare espressione alle tendenze ed aspirazioni di quel popolo del quale si dicono interpreti” e, dall’altro, fattore ancor più grave, nel “senso di illegalismo, di deprezzamento dei valori giuridici, quale si palesa non solo in vasti ceti di cittadini, ma proprio negli stessi supremi organi dello Stato”” (Zagrebelsky G.).

L’assetto politico dell’Assemblea Costituente è stato, inoltre, pesantemente condizionato dalla presenza del Partito Comunista Italiano, sentito dall’elettorato medio come una grave ed incombente minaccia politica. Ciò che ha costretto questo elettorato, dopo una serie di incertezze iniziali, ad impiegare la religione come “instrumentum regni” (“strumento di governo”), ad attribuire, quindi, al papato un ruolo politico altrimenti impensabile.

Il massimalismo del Partito Comunista, nel 1921, costrinse l’Italia alla svolta fascista e, negli anni 1947-1948, alla svolta clericale in aperto contrasto con la tradizione risorgimentale e con conseguenze gravissime sulla sovranità e sulla autonomia dello Stato, sulla fisionomia stessa del popolo italiano.

 

3. La confessionalità dello Stato. — La Costituzione, tramite l’art. 7, disegna uno Stato confessionale cattolico, talché quello italiano è un “un regime in cui le vere autorità che governano  lo  Stato non sono quelle  che  figurano  sui seggi ufficiali, ma quelle, potenti ed  invisibili, che dall'esterno ne tirano i fili” (Calamandrei). L’Italia non è che una “repubblica monarchica”, una “repubblica  pontificia”  (Calamandrei), vale a dire, un assurdo politico, uno Stato non sovrano, incapace, pertanto, di darsi un assetto ordinato in quanto soggetto al governo “scellerato” del clero (F. Guicciardini).

La sentenza della Corte Costituzionale (n. 203/89), volta a dichiarare la laicità dello Stato, dà, della laicità, il significato ad essa attribuito dalla Chiesa: “Col nome di laici si intendono [...] tutti i fedeli a esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso [...], i fedeli cioè [...] incorporati a Cristo col Battesimo [...]; grazie a loro, la Chiesa è il principio vitale della società” (Catechismo della Chiesa Cattolica, § 897 e § 899).

In altri termini, questa sentenza riflette il carattere confessionale dello Stato dando, della laicità, il significato corrispondente.

La coscienza del popolo italiano è gestita, non dal popolo italiano stesso che, pure, ne è il depositario esclusivo, ma da un ente straniero, sovrano, sul quale esso non ha alcun potere. Per altro, dove risiede la sovranità religiosa e/o spirituale, ivi quella politica.

La confessionalità dello Stato rende ragione di quello che, diversamente, sarebbe un paradosso politico, l’attuale alternarsi di una maggioranza di centro destra e di una maggioranza di centro sinistra, la presenza, dunque, di un assetto politico basato sul primato di un centro che non ha alcun riscontro in termini elettorali essendo stata, la Democrazia Cristiana, esautorata dagli elettori.

La confessionalizzazione dello Stato, spiega l’abrogazione dell’art. 17 del Codice civile, cui è conseguito il ripristino della “mano morta”, vale a dire, della prassi della Chiesa volta ad acquisire il controllo di parti significative delle risorse economiche nazionali, onde destinarle al proprio mantenimento, alla sua “mondializzazione”, allo svolgimento della vistosa attività politica internazionale, inducendo, così, un proporzionale impoverimento della popolazione, l’aumento della disoccupazione soprattutto giovanile, una conseguente perdita di sovranità economica e, quindi, politica.

Se la Chiesa destina lo Stato italiano al soddisfacimento delle proprie istanze, è evidente che questo atteggiamento si trasmette ai cittadini che divengono, così, animati da un comportamento analogo: la cosa pubblica come fonte di arricchimento privato.

La confessionalizzazione dello Stato permette di comprendere l’introduzione, nel Codice civile, dell’art. 2645 ter. Questa norma segna la ricostituzione generalizzata degli enti religiosi a scopo caritativo, tipici del periodo premoderno, consentendo loro di dotarsi di un patrimonio sottratto alla circolazione economica e giuridica. Ciò comporta un ulteriore impoverimento dell’economia italiana e reintroduce la prassi dei servizi assistenziali connessi alla pratica della religiosità cattolica, la pratica di questi stessi servizi intesi come fonte integrativa del potere politico della Chiesa sulla società civile, pratica significativamente evidenziata dalla denominazione degli enti ospedalieri pubblici mediante i “santi” indicati dal Vaticano, tali, per altro, in quanto si sono distinti nella persecuzione, diretta o indiretta, degli scienziati, di coloro cui soltanto si deve quella conoscenza che consente la cura delle malattie, cui si deve la realizzazione dei servizi sanitari sociali.

La confessionalizzazione dello Stato chiarisce il vistoso scadimento della ricerca scientifica italiana, il conseguente degrado della pubblica istruzione. Ed infatti, se la verità è data e risiede nella persona del pontefice, come attestato dal dogma (!) della sua infallibilità in spiritualibus (Catechismo della Chiesa cattolica, §§ 889-892), se, per questa via, la verità è nel clero, è impossibile una funzione pubblica volta al progresso della conoscenza.

La confessionalizzazione dello Stato rende conto del  controllo, disposto dalle gerarchie ecclesiastiche, sempre più accentuato sui Mass Media, al fine di suscitare il consenso politico. Non più i Mass Media, in particolare la televisione, in funzione dell’informazione imparziale, ma il loro impiego strumentale in funzione di finalità ecclesiastiche su cui il popolo italiano non ha alcun potere decisionale, in funzione, in ultima istanza, del primato pontificio sullo Stato italiano e sulla pubblica amministrazione.

La confessionalizzazione dello Stato fa intendere la crisi della giustizia da cui il Paese è sempre più oberato.

La Chiesa cattolica giustifica la sua vistosa presenza e la sua altrettanto vistosa azione in funzione del perdono che dichiara di elargire agli empi. Ma, in tanto un tale servizio può essere prestato, in quanto la società sia pervasa dal disordine morale, talché tanto maggiore la gravità di quest'ultimo, tanto maggiore il rilievo della Chiesa: ordine morale e protagonismo della Chiesa sono termini incompatibili, come attestato da una esperienza storica bimillenaria.

La confessionalità dello Stato consente, infine, di comprendere il motivo dello scadimento progressivo della classe politica, del suo altrettanto progressivo isolamento rispetto alle dirigenze politiche del Primo Mondo. Questo scadimento è, infatti, indotto dal ruolo strumentale e, quindi, subordinato che essa assume rispetto al protagonismo della Chiesa.

 

4. La carità, invece del progresso economico e scientifico, come ideale di giustizia ordinante il complesso delle relazioni sociali. — In linea di principio, si dànno due tipi di solidarietà. La prima, di matrice illuministica, provvede ad emancipare l’essere umano dalla situazione di bisogno in cui è venuto a trovarsi, provvede, dunque, a renderlo autonomo. La seconda, di matrice cattolica, soccorre, ma non emancipa l’essere umano dallo stato di bisogno, anzi, lo eternizza, creando, così, uno stato di dipendenza, di clientelismo. In questo diverso versante, la solidarietà è carità.

La Carta costituzionale, in quanto documento sostanzialmente cattolico, è orientata di conseguenza. Essa è informata al primato della solidarietà “politica, economica e sociale” (art. 2), vale a dire, al primato della carità. Ed infatti, tale solidarietà sta a significare che il prodotto del lavoro produttivo sociale è destinato a soddisfare le situazioni di bisogno arbitrariamente individuate dallo Stato.

A questa scelta di fondo si correla: a) la prassi del clientelismo, della raccomandazione e, quindi, della corruzione generalizzata; b) lo scadimento della moralità statale; c) l’impoverimento progressivo del Paese; d) la perdita della competitività dell’economia sul piano internazionale; e) la disaffezione per il lavoro produttivo; f) l’elefantiasi del pubblico impiego seguita dalla elefantiasi del debito pubblico; g) il fatto, innaturale, che le attuali generazioni adulte vivano sulle spalle della propria discendenza poiché sarà soprattutto quest’ultima a dover pagare tale debito.

Più specificamente, la solidarietà, posta come valore ordinante dello Stato, implica, necessariamente, una situazione di bisogno generalizzata e politicamente rilevante.

I settori che, per questa via, vengono principalmente in considerazione sono: il Mezzogiorno, la Chiesa Cattolica e lo Stato Vaticano.

Dall’essere la solidarietà il valore ordinante dello Stato segue, inoltre, che le situazioni di bisogno sono eternizzate. Se lo Stato provvedesse al loro superamento, la solidarietà non potrebbe più operare, sarebbe inutilmente posta al vertice dei valori costituzionali.

 

5. Il rifiuto dei diritti umani. — La Costituzione si basa sul rifiuto dei “Diritti umani” (Human Rights). Nel corso dei lavori preparatori, la maggioranza, guidata dalla Democrazia Cristiana, respinse, infatti, la proposta di  porre  tali  diritti come limite all'attività dello Stato (seduta del 12 marzo 1947). Da ciò segue che non è lo Stato a disporsi in funzione del cittadino, ma è quest’ultimo a doversi disporre in funzione dello Stato, segue che quello italiano non è, e non può essere, uno Stato realmente democratico, esso è “l'Italia fascista che  si  perpetua oggi in questa Italia pontificia” (Calamandrei).

 

6. La partitocrazia in luogo della sovranità parlamentare. — Il carattere antidemocratico della Costituzione è confermato dall’art. 49 che introduce e legittima la partitocrazia.

Questa norma demanda ai partiti il còmpito, di rango costituzionale, di “determinare la politica nazionale”, talché, l’organo parlamentare si configura, di necessità, come sede ricettiva delle direttive partitiche: “tutto, è vero, passa traverso l’Assemblea, ma in realtà tutto è determinato dall’azione dei capi dei grandi partiti” (On.le Nitti).

La scelta partitocratica della Carta costituzionale delegittima, dunque, l’organo parlamentare, con la conseguenza di trasferire il potere politico nei partiti, per questa via, nei leaders di quest’ultimi.

A questa impostazione partitocratica si correla, come conseguenza, la “privatizzazione del pubblico”, vale a dire, la “partitizzazione” della pubblica amministrazione e dei concorsi pubblici, la dilatazione del pubblico impiego in quanto strumentale rispetto all’esigenza di conservare ed estendere il controllo partitico sullo Stato, si correla, infine, la marginalizzazione dell’economia di mercato in quanto insuscettibile di un reale controllo partitico ed, anzi, vista come pericolosa concorrente in quanto datrice di lavoro e di reddito, per questa via, di consenso politico.

 

7. La separazione dello Stato dalla volontà politica dei cittadini. — Il carattere antidemocratico è evidenziato dall’art. 67, alla cui stregua “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

È, questa, la formula che consente con sicurezza di collocare la sovranità politica nello Stato, invece che nella base elettorale: “La formula che il membro del parlamento non è il rappresentante dei suoi elettori ma di tutto il popolo, o, come taluno scrive, di tutto lo Stato, e che perciò non è vincolato da nessuna istruzione dei suoi elettori e non può venire revocato [...] è incompatibile con la rappresentanza giuridica [vale a dire, democratica]” (Kelsen).

Il principio enunciato dall’art. 67 ha informato i lavori della stessa Assemblea Costituente, come rilevato dall’On.le Pietro Nenni, constatando come essa avesse vanificate le aspirazioni chiaramente emerse dal referendum del 2 giugno, sintetizzabili, come egli ebbe ad affermare, “in quattro principî generali: gli elettori repubblicani il 2 giugno volevano uno Stato unitario, volevano uno Stato democratico, volevano uno Stato laico e volevano uno Stato sociale”.

Il carattere antidemocratico del testo costituzionale dà anche ragione della istituzione del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR). In uno Stato democratico questa funzione di controllo, certamente necessaria e doverosa, è demandata, in primo luogo, al Parlamento e, quindi, agli organi di polizia ed alla Magistratura. In uno Stato democratico, la presenza di un tale organo è, pertanto, incostituzionale.

Nello Stato italiano, in quanto Stato confessionale, il COPASIR si può prestare a trasformarsi in un organo volto ad impedire il rinnovamento del testo costituzionale, in un organo di polizia politica con funzione tendenzialmente repressive, non soggetto al controllo giurisdizionale esercitato dalla Corte Costituzionale.

Il principio enunziato dall’art. 67 Cost., la legittimazione della partitocrazia (art. 49), la confessionalità dello Stato (art. 7 Cost.), unitamente al fatto che la Costituzione non è stata votata dal popolo italiano, danno ragione dello scollamento, sempre più accentuato, tra la base elettorale ed il Parlamento.

 

8. La disgregazione dello Stato risorgimentale. — L’entrata in vigore della Costituzione segna la cesura rispetto alla  tradizione giuridica e  politica  precedente, non soltanto nei confronti dell'Italia corporativa, quanto  piuttosto, senza il consenso del popolo italiano,  nei  riguardi  dell'Italia  nata dalla catarsi risorgimentale. Questa cesura è resa manifesta dalla mancata riproposizione dei tre valori ordinati il Risorgimento: unità dello Stato (rifiuto, dunque: delle autonomie regionali); moralità e, quindi, separazione dello Stato dalla Chiesa. Questa stessa cesura rende anche conto della celebrazione evirata del 150° anniversario dell’unità d’Italia, di un evento quanto mai anticlericale e, quindi, quanto mai incompatibile con la confessionalità dello Stato attuale.

La Democrazia Cristiana, nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente, impose la sua visione tradizionale basata sul pluralismo degli Stati regionali e sulla inefficienza dello Stato, sul rifiuto di uno Stato italiano unitario ed indipendente.

In tanto la Chiesa può mantenersi come Stato sovrano e potente, in quanto quello italiano sia ridotto ad una parvenza di Stato. Protagonismo della Chiesa e protagonismo dello Stato italiano sono sempre stati termini incompatibili.

In virtù dell’art. 5, prodotto specifico della Democrazia Cristiana, lo Stato, autolimitandosi, attua il  decentramento politico,  delega, vale a dire, il  proprio  potere alle  autonomie locali, riservandosi  “soltanto  le funzioni  generali  e essenziali  della  sovranità” (Calamandrei), attua “una forma nuova di Stato, lo  “Stato regionale”, a mezza strada tra lo Stato  accentrato e  lo  Stato federale” (Calamandrei). In virtù  di  questa norma,  lo Stato frantuma se stesso,  ripristina  e  legittima il  pluralismo  centrifugo  dal quale  l'Italia, dopo ben 1861 anni,  si era  emancipata  attraverso  la catarsi risorgimentale.

L’art. 5, in ciò la sua gravità, segna la rottura dell'unità politica  ed  amministrativa dello Stato, esso  attua  la “trasformazione  dello Stato di diritto  accentrato in Stato sociale delle autonomie” (Berti), introduce il pluralismo politico ed amministrativo, vale a dire, il disordine istituzionalizzato, ghettizza il Mezzogiorno relegandolo nel sottosviluppo, viola il principio di uguaglianza in virtù del quale i servizi dello Stato devono essere erogati in maniera indifferenziata a favore di tutti i cittadini.

Questa riforma, “mai  reclamata  dal popolo italiano” (On.le Vinciguerra), fu duramente, quanto inutilmente, avversata da una parte significativa dell’Assemblea Costituente (ivi compreso il P.C.I.): “L'ordinamento regionale è  un'aggressione” (On.le Rodi); “[la riforma regionale è una] riforma  di disintegrazione” (On.le Vinciguerra); “il favoreggiamento  e l'istigazione  al  regionalismo, l'avviamento che ora si è preso verso un vertiginoso sconvolgimento del nostro ordinamento statale  e amministrativo,  andando  incontro  all'ignoto  con complicate e inisperimentate istituzioni regionali, è  pauroso” (On.le Croce).   Altrettanto  decisa l'opposizione di Nitti, insigne meridionalista,  che dichiarò  essere, le Regioni, “il dissolvimento  di tutta la vita italiana”, frutto della avventurosità,  “fungo  del  disordine”; “fatale  errore”; “aberrazione”.  Più significativamente,  egli  ebbe ad  affermare:  “le autonomie come sono state concepite non solo portano  al  disordine interno,  alla  dissipazione,  al rovesciamento  di  ogni ordine  finanziario,  ma  a volte portano necessariamente alla divisione  politica e, o prima o dopo, al separatismo”; “Il giorno in cui l'Italia fosse divisa [i.e., regionalizzata],   l'Italia   meridionale   sprofonderebbe ancora  più in basso”; “La regione  non  può realizzarsi se non nel disordine e nel disfacimento dell'Italia”;  “Presto  o  tardi,   potrete essere   sicuri,  si  arriverà  alla   separazione”; “Noi [uomini del Mezzogiorno] saremo perduti se ci separeremo”; “torniamo  all'antico, sarà  un  progresso”;  “l'Italia  non  sarà, l'Italia non vivrà, se non sarà unita”.

La Lega Nord di Umberto Bossi fu, dunque, puntualmente prevista dalla parte  sana dell’Assemblea Costituente.

La Lega Nord si pone in un rapporto di consonanza con il programma federalista cattolico che trova nell’art. 5 della vigente Costituzione la sua formulazione in termini di principio.

La Lega Nord non conduce alla emancipazione della c.d. Padania dal Mezzogiorno perché con quest’ultimo condivide la religiosità cattolica e l’azione ordinante del clero, perché ha votato il “Federalismo fiscale”, una riforma che perpetua, perfezionandola, la dipendenza del Mezzogiorno dalla Padania, la destinazione di quest’ultima ad essere la fonte economica della solidarietà politica, economica e sociale (art. 2 Cost).

 

9. Il carattere programmatico della Carta. — La Costituzione ha carattere programmatico, ciò che rappresenta un “monstrum” costituzionale. Le Costituzioni, infatti, hanno carattere descrittivo indicando i valori di giustizia acquisiti dal contesto sociale alla cui conservazione esse sono preposte. La Costituzione italiana ha, invece, carattere programmatico, vale a dire disegna un assetto costituzionale futuro indicandone i relativi valori ordinanti, demandandone l'attuazione  al corpo sociale, alle generazioni  a venire: “questo progetto  di  Costituzione non è l'epilogo  di  una rivoluzione già fatta; ma è il preludio, l'introduzione,  l'annuncio  di una rivoluzione,  nel  senso giuridico  e legalitario, ancora da fare. [...]  [Per altro] sugli scopi, sulle mete, sul ritmo di questa rivoluzione ancora da fare, i componenti di  questa Assemblea [costituente] [...] non erano e non sono d'accordo” (Calamandrei).

Perciò tale Carta è stata definita come “Costituzione  ponte” (On.le Arata), come “Costituzione  interlocutoria” (On.le Lucifero), come “cambiale in bianco” (On.le Ghidini), come “l'Incompiuta” (On.le Calamandrei), come “Costituzione interventista” (On.le Mortati).

La maggioranza dell’Assemblea Costituente, guidata dalla Democrazia Cristiana, ha, dunque, concepito, a tavolino e senza il consenso del popolo italiano, una rivoluzione,  demandandone l'attuazione  al corpo sociale, alle generazioni  future.

Il testo costituzionale disegna una società, non basata sul lavoro produttivo nei termini dell’economia di mercato, ma sulla solidarietà cattolica (art. 2); delinea un’economia di tipo comunistico in quanto incentrata sul primato del debito pubblico, con la conseguenza di porre l’Italia fuori mercato.

Ciò contrasta profondamente con l'etica costituzionale propria dei popoli civili che, se, da un lato, riconosce ai cittadini il  diritto di modificare la Carta  costituzionale, dall'altro,  considera immorale che le  generazioni presenti  statuiscano per quelle future in  quanto, così facendo, le privano del loro diritto alla  libertà: “Tutti gli uomini  sono  da  natura egualmente  liberi e indipendenti, e  hanno  alcuni diritti  innati,  di cui, entrando nello  stato  di società, non possono, mediante convenzione, privare o  spogliare la loro posterità; cioè, il  godimento della  vita, della libertà, mediante l'acquisto  ed il  possesso  della proprietà, e  il  perseguire  e ottenere felicità e sicurezza” (Virginia Bill of Rights, Sect. 1); “Un popolo ha sempre il diritto di rivedere, di riformare e di cambiare la propria Costituzione. Una generazione non ha il diritto di assoggettare alle proprie leggi le generazioni future” (Déclaration des droits de l'homme et  du citoyen  adoptée par la Convention national  le 29 mai 1793, art. 30).

 

 

 

 

PARTE III

LA CRISI FINANZIARIA INTERNAZIONALE COME CRISI SISTEMICA.

 

1. Le delocalizzazioni e le privatizzazioni. — Il sistema capitalistico della produzione, nel primo Mondo, vale a dire, nel contesto socio-politico da cui ha tratto origine, aveva temperato la propria vocazione alla realizzazione del massimo profitto e, quindi, del massimo sfruttamento delle risorse umane e naturali, consentendo la costituzione di un diritto del lavoro, la formazione, quindi, di uno statuto giuridico del prestatore di lavoro subordinato congiunta alla realizzazione del welfare state. Più specificamente, gli accordi di Bretton Woods «avevano reso possibile un patto fondamentale tra capitale e lavoro [...]. I capitalisti rinunciavano alla ricerca del massimo profitto e i sindacati alla piena utilizzazione del loro potere contrattuale. Ambedue subordinavano le loro pretese al vincolo dell’aumento della produttività. Si chiamava politica dei redditi e assicurò qualche decennio di crescita sostenuta accompagnata da alta occupazione del lavoro e da equilibrata distribuzione dei redditi» (P. Ruffolo).

Per altro, «A circa tre quarti del ventesimo secolo i governi dei paesi anglosassoni, Inghilterra e Stati Uniti, presero la storica decisione di liberalizzare i movimenti internazionali dei capitali. Diventò possibile trasferire capitali da un punto all’altro del mondo alla ricerca del massimo profitto» (P. Ruffolo).

Si inaugurò, così, il neoliberismo, il ritorno al capitalismo delle origini, si realizzò, dunque, «Il grande balzo all’indietro» (S. Halimi), «Il grande saccheggio” (P. Bevilacqua), grazie a cui «Masse di capitali affluirono nei paesi poveri suscitandovi imponenti processi di sviluppo soggetti a improvvisi e devastanti deflussi», mentre «Nei paesi ricchi quella decisione provocò  [...] una vera e propria mutazione del capitalismo. La ricerca del massimo profitto nel minimo tempo sviluppò le attività finanziarie speculative rispetto alla produzione reale. Ne risultò un rallentamento della crescita e uno spostamento dei redditi  dal settore reale  a quello finanziario accompagnato da un aumento vertiginoso delle disuguaglianze» (P. Ruffolo).

Tutto ciò è espresso dal fenomeno delle delocalizzazioni dei capitali finanziari ed industriali. L’area del primo Mondo viene progressivamente privata delle proprie risorse economiche e, altrettanto progressivamente, impoverita.

Il sistema complessivo globalizzato, invece di procedere ad una elevazione delle condizioni di lavoro a quelle proprie del primo Mondo, adotta un percorso esattamente inverso.

Le delocalizzazioni sono la causa delle c.d. privatizzazioni, vale a dire, della liquidazione di una delle conquiste più significative della cultura occidentale consistente nella costituzione del wellfare state: «In molti stati occidentali i trasporti pubblici, le poste e le telecomunicazioni sono già stati privatizzati. Una se­conda ondata di privatizzazioni si prepara nei confronti delle scuole, delle università, degli ospedali, delle prigioni e presto anche della polizia» (J. Ziegler).

Un significativo momento di riscontro è costituito dalla riduzione delle risorse destinate alla pubblica istruzione. Ciò comporterà, progressivamente, il degrado culturale delle generazioni a venire, l’imbarbarimento della società civile, a tutto vantaggio delle oligarchie finanziarie, industriali e religiose, a tutto vantaggio della formazione, già in corso, di istituzioni educative d’élite, non diversamente da quanto avvenuto nel sistema d’Ancien Régime.

Le privatizzazioni hanno lo scopo di indurre la diminuzione, economicamente significativa, del costo dello Stato, donde la conseguente diminuzione del costo del lavoro e, dunque, dei costi della produzione capitalistica: «Il compito primario dello Stato e della sua società civile era usare i propri poteri e stanziare le proprie risorse allo scopo di sradicare fame e povertà e garantire condizioni di sussistenza, protezione dai rischi più gravi e dalle vicissitudini della vita e un'abitazione decente. La libertà dal bisogno era una delle quattro libertà cardinali che [...] Roosevelt avrebbe de­finito fondamentali nella sua visione politica del futuro. Sono di­scorsi che contrastano con le ben più limitate libertà neoliberiste che il presidente Bush pone al centro della sua retorica politica. L'unico modo per affrontare i nostri problemi, sostiene Bush, è che lo Stato smetta di regolamentare l'impresa privata, che si ritiri dal campo dei provvedimenti sociali e che promuova la diffusione universale delle libertà di mercato e dell'etica di mercato» (D. Harwey). Si realizza, così, la «degradazione neoliberista del concetto di libertà “a mero patroci­nio della libertà d'impresa”» (D. Harwey).

Per altro, «Uno stato che non dà ai suoi cittadini un senso di sicurezza, assicurando loro un minimo di stabilità sociale e di reddito e un avvenire prevedibile, e non garantisce un or­dine pubblico conforme alle loro convinzioni morali, è uno stato condannato. [...] Uno stato che smantella volontariamente i suoi servizi pubblici più essenziali e trasferisce al settore privato i compiti che rispondono a un interesse collettivo, sotto­mettendoli così alla legge della massimizzazione del pro­fitto, costituisce [...] un failed state, uno “stato fallimentare”. [...] La privatizzazione dello stato distrugge la libertà del­l'uomo e annienta la cittadinanza» (J. Ziegler).

 

2. La terapia. — Le delocalizzazioni, il conseguente impoverimento dello Stato, sono la causa primaria della attuale crisi finanziaria. La spesa pubblica degli Stati afferenti al Primo Mondo, non più sorretta da un adeguato apparato economico, diviene sproporzionata rispetto a questo stesso apparato, donde il pericolo del default.

Pertanto, la crisi finanziaria degli Stati del primo Mondo non è congiunturale, ma strutturale, sistemica.

Dal punto di vista del neoliberismo la sua soluzione è demandata alla ulteriore riduzione del Welfare State, all’aumento del prelievo fiscale, all’accrescimento della disoccupazione e/o della sottooccupazione, è rimessa, dunque, alla progressiva liquidazione del primo Mondo, al suo livellamento agli standards dei paesi in via di sviluppo.

Al contrario, la sua soluzione dovrebbe essere basata unicamente sulla soppressione della causa che l’ha originata, vale a dire, del neoliberismo.

In Italia, gli effetti economici della crisi finanziaria internazionale vengono moltiplicati dalla elevatezza del debito pubblico indotta dall’art. 2 Cost., secondo quanto si è precedentemente esposto. La crisi italiana è il prodotto, pertanto, del fallimento della dottrina sociale della Chiesa e del fallimento del “neoliberismo”. Da ciò segue che per uscire dal dissesto non è sufficiente promuovere la caducazione di questa dottrina economica, ma occorre, altresì, la rimozione della vigente Carta costituzionale, nel rispetto dell’art. 138 della Carta stessa.

 

 

 

 

PARTE IV

 

POSSIBILI IDEE GUIDA PER UNA COSTITUZIONE LIBERALDEMOCRATICA
DA REALIZZARE NEL RISPETTO DELL’ART. 138 DEL VIGENTE TESTO COSTITUZIONALE

 

Ritenuto che l'ignoranza, congiunta alla superstizione religiosa, la dimenticanza e il disprezzo della Inherent Dignity (dignità inerente alla persona umana) fondata sui diritti innati  (Inherent Rights, Human Rights), sono le cause delle sventure pubbliche e della corruzione dei governi;

ritenuto che l'onestà e la rettitudine,  correlate  al lavoro  produttivo,  sono  le uniche fondamenta di una società che voglia  essere civile e giusta;

rilevato che la globalizzazione pone, in termini perentori, la necessità di un governo politico di pari dimensione capace di ordinarla, di renderla compatibile con le istanze esistenziali umane, di trascendere “questa società senza Stato, qual è la società globale” (Galgano F.);

ritenuto che l’oligopolio capitalistico sta alla società moderna, come l’oligopolio della proprietà fondiaria è stato alla società feudale, che, pertanto, il sistema capitalistico evolve, ove non intervengano fattori significativamente modificativi, verso il feudalesimo capitalistico, verso una sempre maggiore accentuazione della reificazione della persona umana;

considerato che il sistema capitalistico della produzione, nella sua dimensione globalizzata, induce la progressiva destrutturazione dei valori capaci di orientare la società civile verso il raggiungimento di “un  degré  toujours  plus élevé  de  moralité, de lumières et  de  bien-être” - “un livello sempre più elevato di moralità, di conoscenza e di benessere” (Constitution de la République française du 4 novembre 1848, Préambule), destrutturazione evidenziata da almeno sei linee di tendenza, costituite,

sul piano etico:

a) dalla diffusione e dall’incoraggiamento della immoralità;

b) dalla dissoluzione della famiglia in quanto istituto che contraddice le esigenze della accumulazione capitalistica;

sul piano culturale:

c) dal favore per l’immigrazione congiunto all’incoraggiamento del pluralismo culturale, conseguentemente, della poliarchia (Polyarchy), connessi alla destrutturazione della “inherent Dignity” (della cultura dei diritti inviolabili);

sul piano economico:

d) dalle delocalizzazioni;

e) dalla liquidazione dello welfare state;

f) dall’accentramento nei vertici economici del potere politico (“Un nuovo sistema sociale sembra prendere forma: un regime neo- o semifascista supportato da larghe assise popolari: [...] la crescita della popolazione dipendente, l’alleanza della Mafia con i gruppi di affari legittimi, il contagio della violenza, il razzismo endemico, la concentrazione delle armi di distruzione di massa nelle mani della autorità costituite, la corruzione che infetta l’insieme del processo democratico” (H. Marcuse));

g) atteso che la Chiesa cattolica è parte costitutiva del sistema capitalistico della produzione, di cui viene apprestando la legittimazione etica e religiosa (vd. Benedetto XVI, enc. “Caritas in veritate”, § 18), non diversamente dalla analoga legittimazione accordata al sistema feudale di famigerata memoria,

sul piano filosofico:

h) dal favore per il nichilismo in quanto momento unificante del complesso dei disvalori suddetti;

 

tutto ciò considerato, si suggerisce l’adozione delle seguenti norme costituzionali:

 

Art. 1: L’essere umano è portatore di diritti innati (Inherent Rights), in quanto tali, inalienabili, inespropriabili, inviolabili, imprescrittibili.

La sovranità religiosa e la sovranità politica afferiscono, pertanto, alla persona umana, per questa via, all’insieme dei cittadini.

Nessuna componente religiosa ha autorità sullo Stato.

Nessuna componente può darsi che non sia soggetta al controllo democratico esercitato tramite lo Stato.

Non è ammesso l’uso alternativo dei diritti innati, vale a dire, un impiego contrastante con la cultura (deismo e diritto naturale) di cui sono espressione.

 

Art. 2: Il profitto è criterio di verifica della efficienza economica, ma non può essere il valore etico che anima la società civile.

 

Art. 3: Due sono le funzioni primarie dello Stato: promuovere la migliore protezione dei diritti innati; incoraggiare con ogni mezzo la progressione nella conoscenza scientifica. In tal modo, esso favorisce la ricerca della libertà dal bisogno (culturalmente intesa), si dispone in conformità di questo valore che esprime l’istanza animatrice della vicenda umana.

 

Art. 4: I beni naturali ed il risultato del prodotto del lavoro sociale appartengono alla base di produzione (imprenditori e prestatori di lavoro) che, in virtù di tale appartenenza, ne realizza, tramite lo Stato, il controllo politico secondo le necessità implicate dalla libertà dal bisogno.

 

Art. 5: Medesimo è lo statuto giuridico dei prestatori di lavoro subordinato. Non possono, pertanto, darsi delocalizzazioni volte a speculare sulle differenze dei costi della mano d’opera.

 

Art. 6: E’ affermata la responsabilità penale degli operatori economici la cui attività risulti essere stata svolta in contrasto con le esigenze della Inherent Dignity.

 

Art. 7: Nessuna società politica può svolgersi ordinatamente se non a condizione di fondarsi sulla famiglia (“parva res publica” - “piccolo Stato”).

Lo Stato, pertanto, consapevole della stretta connessione tra il sistema economico e l’assetto famigliare, sviluppa una linea di intervento volta a rendere il primo compatibile con le esigenze del secondo.

 

Art. 8: La scuola, al fine di garantire l’uniformità e la veridicità dell’insegnamento, è solo pubblica. Le scuole private sono soggette al controllo dello Stato e rilasciano attestati privi di valore legale.

 

Art. 9: I mass media svolgono la funzione di informare i cittadini riferendo i fatti, lasciando, così, ai cittadini stessi la libertà di formarsi i relativi convincimenti, rispettando il loro diritto alla libertà di opinione.

 

Art. 10: Lo Stato è uno ed indivisibile. Esso evita il suo “male maggiore”, vale a dire, “quello che lo divide e lo fa di uno molteplice” (Platone, Repubblica, 462b).

 

Art. 11: Il potere politico  è  esercitato  dalla Camera  dei  Rappresentanti  dei  cittadini  e  dal Presidente  del potere esecutivo.

I Rappresentanti ed il Presidente dell'esecutivo sono eletti direttamente dai cittadini.

I Rappresentanti ed il Presidente dell'esecutivo sono legati dal vincolo di mandato agli elettori.

 

Art. 12: La Magistratura è indipendente, ma è rigorosamente soggetta al diritto naturale, vale a dire, alla fonte dei diritti umani. Essa controlla, anche autonomamente, la legittimità  costituzionale  delle leggi  emanate dallo Stato, nonché la loro conformità al diritto naturale.

 

Art. 13: La contribuzione d'imposta per i servizi  sociali, costituzionalmente predeterminati, è proporzionata  alla  capacità  contributiva.

Il debito pubblico non può superare l’ammontare del prodotto interno lordo. Le disposizioni normative che rendono possibile il superamento di questo limite sono, ipso iure, inefficaci.

 

Art. 14: L'apparato  burocratico deve essere adeguato alle reali possibilità dell'economia.

Il rapporto tra la Pubblica Amministrazione   ed  i  cittadini  è  fondato   sul   principio dell'equivalenza materiale delle prestazioni.

La  produttività del pubblico dipendente deve essere  pari a quella dei suoi datori di lavoro, vale a dire, degli operatori economici.

Il  rapporto  tra  il cittadino  e  la  Pubblica Amministrazione  è regolato  dal  diritto soggettivo.

 

Art. 15: I rappresentanti politici ed i funzionari della pubblica amministrazione sono soggetti all’impeachment per ogni ipotesi di violazione dei due obblighi fondamentali dello Stato, vale a dire, la protezione dei diritti umani (Inherent Rights), la promozione della ricerca scientifica.

Art. 16: Al fine di garantire l'imparziale formulazione  ed applicazione delle leggi, le Regioni,  le Province  ed i Comuni, ovvero gli enti corrispondenti comunque denominati, sono organi di  decentramento  amministrativo dello Stato.

Essi possono godere di autonomia amministrativa, in nessun caso di autonomia legislativa e di autonomia fiscale.

Possono, tuttavia, proporre allo Stato progetti legislativi. In tal caso, su di essi lo Stato è tenuto ad esprimere parere favorevole o sfavorevole entro il termine di sei mesi, trascorso inutilmente il quale si intendono adottati.

Lo svolgimento delle funzioni amministrative da parte delle Regioni, delle Provincie e dei Comuni  può essere  integrato,  con  funzione  consultiva,   da rappresentanze locali liberamente elette dai cittadini.